viernes, 10 de agosto de 2007

TIMUR LO ZOPPO, E GLI SCACCHI

Arrigo D'Augusta

Spento il suono del corno,
Timur, lo Zoppo, parlo'
"Tartari, udite, il deserto avanza,
riduce in rigagnoli i fiumi
dissecca i pascoli, uccide il bestiame.
Di sabbia saprà il nuovo grano,
mescolato alla sabbia
è il latte dei nostri figli.
Prima che s'insabbi il fodero stesso
delle nostre scimitarre,
lontan da qui conviene andare,
altrove consumar la nostra rabbia,
su altre genti rovesciar
la nostra sventura."
"Timur, comanda!" fu l'urlo dell'orda.
E il Tartaro disfece la tenda,
riunì la mandria,
aggiogò i buoi al carro,
montò a cavallo e attese il segnal.
Timur, intanto, destinava la meta:
un falco volava verso occidente.
"Seguiremo il sole!" il Capo gridò.
I carri in mezzo, ai lati il bestiame,
alla testa e alla coda gli armati,
lenta la schiera si mosse.
Per molte lune, nessun canto,
se non di morte, dai Tartari s'alzò.
Comuni e orrendi,
il gracchiar del corvo
e l'ombra dell'avvoltoio,
il sibilar delle frecce,
l'abbaiar dei cani, il nitrir dei cavalli,
tutti i rumori, le voci del campo,
dell'orda in cammino,
dell'orda in battaglia.
La sera,, gli è caro il silenzio
e il gioco è silenzio
e silenzio, il gioco.
A Timur la palma di gran giocatore?
Non so... Varcati gli spazi,
appreso da un vinto,
quel gioco, da tempo,
diletta anche noi.

1994

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